Capita che un bambino o un ragazzo autistico sembri stare benissimo a scuola e poi, una volta a casa, crolli per la stanchezza. Una delle possibili spiegazioni ha un nome preciso: camouflaging, cioè il tentativo di mascherare o compensare le proprie caratteristiche autistiche nelle situazioni sociali.
Cosa dice lo studio
Nel 2017 un gruppo internazionale di ricercatori (Hull e colleghi, 2017) ha pubblicato uno studio qualitativo su questo tema. Hanno raccolto le esperienze di 92 adulti autistici, ponendo domande su tre aspetti: che cos'è il camouflaging, perché lo si fa e quali conseguenze ha.
A partire dalle risposte, gli autori hanno proposto un modello in tre fasi.
1. Le motivazioni
Le persone intervistate raccontavano di mascherare le proprie caratteristiche soprattutto per sentirsi parte del gruppo e per aumentare le connessioni con gli altri. Non si tratta quindi di "fingere" per ingannare, ma di un desiderio molto umano di essere accettati.
2. Il camouflaging vero e proprio
Gli autori lo descrivono come una combinazione di due tipi di strategie:
- mascheramento: rendere meno visibili i tratti autistici, per esempio trattenere movimenti che aiutano a regolarsi o forzarsi a guardare negli occhi;
- compensazione: usare strategie per superare le difficoltà nelle situazioni sociali, per esempio preparare in anticipo cosa dire o imitare il modo di parlare degli altri.
Gli esempi tra parentesi sono nostri, servono solo a rendere l'idea e non riassumono le esperienze dei partecipanti.
3. Le conseguenze
Le conseguenze riferite erano sia a breve sia a lungo termine. Tra queste, lo studio indica:
- esaurimento, una grande stanchezza fisica e mentale;
- la possibilità di mettere in discussione gli stereotipi sull'autismo;
- minacce all'immagine di sé, cioè la sensazione di non sapere più chi si è davvero.
I limiti dello studio
È uno studio qualitativo con adulti: racconta esperienze, non misura quanto il camouflaging sia frequente. Non dice nemmeno come si manifesti nei bambini. A nostro giudizio, però, offre a genitori e insegnanti una chiave di lettura utile, da usare con prudenza.
Perché interessa le famiglie
Se un bambino o un ragazzo spende molte energie per "sembrare come gli altri", il suo benessere a scuola può apparire buono mentre in realtà è molto affaticato. Alcuni segnali che, a nostro giudizio, possono far pensare a questa fatica sono:
- crolli, pianti o bisogno di isolamento dopo la scuola o dopo una festa;
- grande bisogno di silenzio e di tempo da soli;
- difficoltà a raccontare cosa è successo durante la giornata;
- differenze molto forti tra come appare fuori casa e come sta a casa.
Questi segnali possono avere molte cause. Se vi preoccupano, parlatene con il pediatra o con il neuropsichiatra infantile.
Cosa possiamo fare
L'obiettivo non è "smascherare" nessuno, ma creare ambienti in cui ci sia meno bisogno di mascherarsi.
- Accogliere le differenze: movimenti, interessi, modi di comunicare diversi non vanno corretti se non creano disagio.
- Prevedere pause nelle giornate impegnative, a casa e a scuola.
- Non giudicare il benessere solo da come appare in classe o con gli altri.
- Dare parole: aiutare il bambino a riconoscere la propria stanchezza e a chiedere una pausa.
- Parlare con la scuola, condividendo ciò che si osserva a casa.
- Valorizzare gli interessi e i punti di forza, che sono spesso una fonte di energia.
Un ambiente che accoglie
A nostro giudizio, il messaggio più importante di questa ricerca è che sentirsi accettati per come si è riduce la fatica di doversi adattare continuamente. E questo vale per tutti, autistici e non.
Un invito
Se vivete a Bari o in provincia e volete confrontarvi su come sostenere il benessere di vostro figlio, potete contattarci per un colloquio conoscitivo. Trovate tutte le informazioni su www.pugliautismo.it.
Fonti
- Hull L., Petrides K. V., Allison C., Smith P., Baron-Cohen S., Lai M.-C., Mandy W. (2017). "Putting on My Best Normal": Social Camouflaging in Adults with Autism Spectrum Conditions. Journal of Autism and Developmental Disorders, 47(8), 2519–2534. https://doi.org/10.1007/s10803-017-3166-5
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